Sapete che
sensazione si prova a non saper rispondere alla domanda “qual è il tuo sogno?”?
Io si. E non è una bella sensazione, anzi, è una sensazione distruttiva che ti
lascia un vuoto dentro come se dentro di te avessi un vuoto coperto da un
tappeto. All’apparenza, sotto quel tappeto potrebbe esserci un solido
pavimento, mentre, in realtà, c’è un buco, un cratere profondo, un pozzo senza
fine. Quel vuoto altro non è che il posto in cui abbiamo abbandonato il nostro
bambino interiore, quello capace di sognare, quel parte fanciullesca positiva.
Magari, in parallelo, abbiamo lasciato crescere e svilupparsi la nostra parte
bambinesca meno nobile, quella del ragazzo immaturo, del ragazzo incapace di
tracciare una propria rotta e di seguirla.
Abbiamo fatto sì
che in noi prevalesse l’istinto di sopravvivenza, studia che poi trovi un
lavoro e guadagni e campi tranquillo e ci siamo ritrovati con un pugno di
mosche. Senza sogni, senza lavoro, senza soldi. Cosa ci rimane? La speranza, o
l’illusione (sono la stessa cosa?) di poter comunque ripartire e colmare quel
vuoto cedendo un po’ ai sogni e un po’ meno alle questioni pratiche,
accogliendo dentro di noi un po’ più di sogno, amore, desiderio, passione,
creatività e abbandonando, almeno per qualche minuto al giorno, i curricula, le
aziende, arrivareallafinedelmeseperilrottodellacuffia, eccetera.
Stasera, mettete
su un cd e bevete un bicchiere di vino (o di quel che vi pare), leggete il
vostro romanzo preferito (fottetevene anche nel caso in cui la critica dice che
il romanzo che leggete è per beoti, si sa bene che i critici, spesso, sono
autori falliti), uscite con gli amici, fate l’amore.
E boh, lo scazzo
è finito.
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