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mercoledì 30 gennaio 2013

Volevo fare l'archeologo. O scrivere fumetti...


Sapete che sensazione si prova a non saper rispondere alla domanda “qual è il tuo sogno?”? Io si. E non è una bella sensazione, anzi, è una sensazione distruttiva che ti lascia un vuoto dentro come se dentro di te avessi un vuoto coperto da un tappeto. All’apparenza, sotto quel tappeto potrebbe esserci un solido pavimento, mentre, in realtà, c’è un buco, un cratere profondo, un pozzo senza fine. Quel vuoto altro non è che il posto in cui abbiamo abbandonato il nostro bambino interiore, quello capace di sognare, quel parte fanciullesca positiva. Magari, in parallelo, abbiamo lasciato crescere e svilupparsi la nostra parte bambinesca meno nobile, quella del ragazzo immaturo, del ragazzo incapace di tracciare una propria rotta e di seguirla.
Abbiamo fatto sì che in noi prevalesse l’istinto di sopravvivenza, studia che poi trovi un lavoro e guadagni e campi tranquillo e ci siamo ritrovati con un pugno di mosche. Senza sogni, senza lavoro, senza soldi. Cosa ci rimane? La speranza, o l’illusione (sono la stessa cosa?) di poter comunque ripartire e colmare quel vuoto cedendo un po’ ai sogni e un po’ meno alle questioni pratiche, accogliendo dentro di noi un po’ più di sogno, amore, desiderio, passione, creatività e abbandonando, almeno per qualche minuto al giorno, i curricula, le aziende, arrivareallafinedelmeseperilrottodellacuffia, eccetera.
Stasera, mettete su un cd e bevete un bicchiere di vino (o di quel che vi pare), leggete il vostro romanzo preferito (fottetevene anche nel caso in cui la critica dice che il romanzo che leggete è per beoti, si sa bene che i critici, spesso, sono autori falliti), uscite con gli amici, fate l’amore.
E boh, lo scazzo è finito.

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